La giuria del premio Albatros-città di Palestrina ha proclamato vincitore il romanzo di Filippo Tuena, Ultimo parallelo (Rizzoli, Milano 2007).
Il libro ricostruisce la spedizione realmente avvenuta di una squadra di esploratori inglesi, che il capitano di marina Robert Falcon Scott guidò, nel 1912, per 142 giorni, alla conquista del polo sud.
I diari e le foto degli esploratori - le parole che questi uomini effettivamente trascrissero nel corso della loro durissima marcia tra distese, montagne e baratri di ghiaccio; le immagini che ebbero cura di scattare - sono i frammenti di verità storica su cui è costruita la narrazione.
E sono proprio queste loro testimonianze a svelarci ad un certo punto la parabola negativa e infine apertamente tragica dell’avventura: la spedizione era stata in realtà preceduta da un gruppo di esploratori norvegesi e i quattro inglesi, piegati dal gelo, avviliti dalla sconfitta, moriranno per congelamento sulla strada del ritorno.
Il labirinto dei ghiacci in cui si perdono è anche il labirinto della ragione occidentale; la loro volontà di conquista è anche l’arrogante onnipotenza della nostra civiltà .
La metamorfosi della rotta, scandita inizialmente dalle mappe, verificata dagli strumenti di misurazione, in erranza, vagabondaggio, dedalo del corpo e delirio della mente, la metamorfosi - quindi - dei vincitori in vinti racconta anche il declino del mito di Ulisse.
Il senso di smarrimento, la sconfitta, la solitudine, il progressivo congelamento dei loro corpi svelano infine la fragilità e i limiti dei nostri destini. Ciò che colpisce in questo romanzo è l’intensità di un racconto al tempo stesso estremamente realistico ed estremamente poetico.
Ma il libro di Tuena non è soltanto l’avvincente ricostruzione di un’odissea antartica che ebbe all’epoca straordinaria risonanza.
Ciò che colpisce aprendo questo libro, sfogliando le sue pagine, è l’attrito costante tra la testimonianza oggettiva degli esploratori - frasi brevi, scarne, spesso ellittiche, costrette alla sintesi dal freddo e dalla pressante economia del tempo di marcia - e la forza visionaria della voce narrante, una sorta di anima del luogo che riesce a evocare con la colata fluida e oracolare del discorso il mistero e la terrificante bellezza di questa terra desolata.
E tuttavia questa presenza magico/arcaica è anche l’altra voce - inconscia irrazionale rimossa - degli esploratori, uomini tecnologici abitati apparentemente solo dal linguaggio e dalla logica scientifica.
Tiziana de Rogatis
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